Quanto è bello lu murire acciso – Un film di Ennio Lorenzini (1975)
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Quanto è bello lu murire acciso in streaming - Un film di Ennio Lorenzini
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Per Pisapia Montanelli era esempio di onestà... per me era un fascista (part II - faccciamo il golpe)
MONTANELLI GALANTUOMO? NO: FASCISTA
Beppe Lopez
(da La Nuova Basilicata del 28 dicembre 1998)
Se viene fuori che un uomo come Indro Montanelli, negli anni Cinquanta, cercava di spingere nientemeno che al colpo di Stato l'ambasciatore in Italia degli Stati Uniti -un colpo di Stato naturalmente contro lo Stato e la democrazia italiana- come reagisce il Grande Giornalista che scrive su "la Repubblica"? Inizia scrivendo che non "s'era visto nulla di più divertente in quest'anno così noioso”. Scrive proprio così Sandro Viola, sulla prima pagina del Grande Giornale romano: definisce “divertente” l'ignobile tentativo - da parte di un fellone, nemico della democrazia e delle più elementari forme di rispetto degli altri - di combinare con un Paese straniero la bastonatura in massa degli avversari politici e l'instaurazione di un regime militare, e "noioso" un anno nel corso del quale il Paese ha disperatamente continuato la sua ricerca di un nuovo equilibrio dopo la devastazione di Tangentopoli.
Ma se Viola trova “divertente” e “noioso” tutto questo deve avere le sue ragioni. E difatti non si limita, dal suo eremo umbro, a questa battuta iniziale. Ma si avventura in un parallelismo fra l'ipotesi golpista di Montanelli nel clima della dolce vita romana dal quale essa sarebbe sorta e il golpe preparato in quegli stessi anni a Cuba da Fulgencio Batista e da quell'ambasciata americana. E qui la simbiosi fra l'allora giovane frequentatore dei bar di via Veneto e il Grande Inviato è perfetta. Tutto il pezzo un intreccio di “rumbe, conghe e mambi, la musica cubana che furoreggiava nelle notti romana di quegli anni". Ma parallelismi, simbiosi e intrecci si fermano davanti al Monumento, cioè davanti al "decano del nostro giornalismo". Ben altra pasta tiene a sottolineare Viola, rispetto a Batista: "Il cubano era un manigoldo, Montanelli è un galantuomo". Proprio così: un galantuomo. Vediamo allora cosa è venuto fuori recentemente della vita di Montanelli, grazie alla pubblicazione del suo carteggio con l'ambasciatrice statunitense di allora in Italia, Clara Boothe Luce.
Vediamo il livello di cultura,di passione civile, di moralità e di democraticità del Montanelli svelato da quelle lettere che fanno dire di lui a un uomo come Viola: “ E’ un galantuomo". Si deve innanzitutto ricordare ciò che già si sapeva e si sa di Montanelli, senza che questi si sia mai pentito peraltro di nasconderlo ma anzi facendosene motivi di vanto e di fama: quello di essere voltagabbana tra i peggiori (o tra i migliori, chissà dal suo punto di vista) essendo stato liberale, fascista, monarchico, repubblicano, democristiano, craxiano, berlusconiano e ora, pare, anche filo-pdiessino o giù di lì un pervicace retore dell’anti-italianismo, un convinto sostenitore della critica più cinica all'idealismo e alle utopie e ai valori della solidarietà e dell'eguaglianza, lo scettico cantore del drittismo Nazionale e della legge inesorabile che “il pesce più grosso mangia sempre il più piccolo”. Oltre che naturalmente l’anticomunista più bieco e viscerale che si possa immaginare.
Vediamo dunque cosa si è saputo ora, quest’uomo come se non bastasse il noto, scriveva al rappresentante di un paese straniero in Italia. "Se alle prossime elezioni un Fronte Popolare comunque costituito raggiungesse la maggioranza, Scelba cosa farebbe? Consegnerebbe il potere, e sarebbe la fine.... Qualunque uomo di governo, oggi, anche non democristiano, si arrenderebbe per totale impossibilità di compiere un colpo di Stato... La polizia e l'esercito sono inquinati di comunismo. I carabinieri senza il Re, hanno perso di ogni mordente. E in tutto il paese non c'è una forza capace di appoggiare l’azione di un uomo risoluto. Noi dobbiamo creare questa forza. Non si può sbagliare guardando la storia del nostro paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza, l’unità d'Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista”. Ora bisogna dargli un capo e presto. Chi? Ma il Maresciallo Messe. "E' vecchio e non molto intelligente... Gli forniremmo noi le idee che egli non ha. Il movimento è "destinato a entrare in azione (azione armata) solo il giorno in cui elettoralmente, la battaglia fosse definitivamente persa".
Montanelli si trova "in questo dilemma: difendere la democrazia fino ad accettare, per essa, la morte dell'Italia; o difendere l'Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia? La mia scelta è fatta". Ecco il galantuomo Montanelli: chissenefrega delle ragioni, degli argomenti, degli interessi, della salute e della stessa sopravviveza degli altri. L'Italia "c'est moi". E se la democrazia non serve più a me, ai miei interessi, ai miei padroni e ai miei servi, andasse a farsi fottere anche la democrazia. Ecco il galantuomo Montanelli: vede comunismo anche nella polizia e nell'esercito (polizia ed esercito degli anni Cinquanta in Italia!) sono troppo di sinistra anche De Gasperi e Scelba!
E che dire della sua visione della storia d’Italia, che sarebbe stata scritta da bastonatori, cioè da picchiatori e del fatto che lui predichi e spinga altri a fare la storia, di nuovo e sempre, con la violenza? Bisogna dire con nettezza che un uomo che ragiona così è un fascista. Del resto, di questa cultura Montanelli e il montanellismo sono sempre stati impastati. Anche oggi. Basta leggere i suoi editoriali e la rubrica delle lettere pubblicata quotidianamente sul "Corriere della Sera”, per concludere che Montanelli rimane inequivocabilmente un uomo di destra. Un uomo della destra eversiva, la cui cultura fa capo all’”homo homini lupus", alla convinzione che "nulla cambia, nulla può cambiare" e che allora tanto vale la pena adeguarsi alla mancanza assoluta di ideali, al dispregio per le persone appassionate e per le loro battaglie "perdute in partenza”.
E'questo l'uomo al quale Viola lancia segnali di rispetto e che definisce, icasticamente, "galantuomo". Tenta di buttare la questione in operetta (le rumbe, Via Veneto, ecc.) ma poi contraddittoriamente, non si permette di dire che Montanelli è un buffone da operetta. Anche perché dovrebbe spiegare i danni, i lutti e le infamie compiute da altri buffoni da operetta – sorvolando su Mussolini e sullo stesso Batista - come i colonnelli greci, i Pinochet, i generali argentini... Ma Viola, alla fine del suo articolo, contraddicendosi ancora, ammette: "Certo, in questa storia non c'è soltanto da ridere". E aggiunge, spiegando in una qualunque maniera quel riconoscimento di galantomismo: "Montanelli aveva ragione, in quegli anni, a preoccuparsi", evocando i sinistri fantasmi di Togliatti, Secchia e degli altri capi comunisti d'allora.
E' questo, allora, che unisce Montanelli e Viola: l'anticomunismo? E che c'entra l'anticomunismo con la questione centrale posta dalla pubblicazione di quelle lettere e cioè il rispetto della democrazia? Potremmo allora arrivare a dire che forse c'era qualcosa di specifico che univa "quei" comunisti a "quegli" anticomunisti, e cioè la mancanza di rispetto per la democrazia?
Potremmo allora spingerci oltre e ipotizzare che, ancora una volta, siamo di fronte all'ennesima manifestazione culturale di un "paese senza”. Un Paese senza cultura laica, senza una forte tradizione liberal-democratica o liberal-socialista che dir si voglia. Un paese in cui persino un uomo intelligente come Viola si ritrova ad attribuire del galantomismo (e non del semiperonismo, come sarebbe forse più esatto) a un golpista fellone e fascista come Montanelli: fascista nella cultura e nei comportamenti, più che nella militanza formale; un fascista vero, autentico e sincero. Un paese in cui è capitato di vedere Montanelli persino a fianco dei post-comunisti e guardato financo da qualcuno a sinistra – si fa per dire – come un campione della libertà di stampa, proprio lui il bastonatore.E anche questo Pisapia non lo sapeva.... esempio di onestà... NON SEGUITE QUELL'ESEMPIO!!!!
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Odio chi non parteggia, odio gli indifferenti
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Antonio Gramsci
Antonio Gramsci



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