Il Clan del terrore – Regia di Jacques Tourneur (1964)
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Il Clan del terrore in streaming
mediateca comunisti
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Qual è lo scopo principale di chi combatte?
Immaginate un piccolo numero di uomini che lotti contro un male esacerbante e mostruoso, di cui una massa assopita di uomini non ha coscienza o verso il quale è indifferente. Qual è lo scopo principale di chi combatte?1) Destare il maggior numero possibile di dormienti;2) illuminarli sui compiti della loro lotta e sulle sue condizioni;3) organizzarli in modo da creare una forza capace di conseguire la vittoria;4) insegnar loro ad utilizzare in modo giusto i frutti della vittoria.È naturale che il punto 1 deve precedere i punti 2-4, che senza il primo non sono realizzabili.Ed ecco che il piccolo numero di uomini sveglia tutti, stimola tutti.I loro sforzi, anche grazie allo sviluppo della vita stessa, vengono coronati dal successo. La massa è desta. Allora si comincia a vedere che una parte di essa ha interesse a conservare il male e ha intenzione o di sostenerlo scientemente o di mantenere quei suoi aspetti, quelle sue parti che sono vantaggiosi per determinati gruppi di destati.Non è allora naturale che i combattenti, i banditori della lotta, i suscitatori, i campanari della rivoluzione, combattano contro quegli individui desti che essi stessi hanno scosso? Non è naturale allora che i combattenti non sprechino più le loro forze per scuotere “tutti”, ma concentrino la loro attenzione su coloro che si sono dimostrati capaci di tre cose?In primo luogo, di destarsi; in secondo luogo, di accettare l’idea della lotta conseguente; in terzo luogo, di combattere seriamente e fino in fondo.Chi da lungo tempo partecipa al movimento rivoluzionario si abitua alla lotta politica fra le diverse correnti, acquisisce egli stesso determinate opinioni. È, naturalmente, propenso a supporre che anche gli altri ne abbiano e ritiene che essi possono appartenere a questo o a quel “partito” basandosi su questa o su quella opinione su un problema particolare (oppure sulla mancanza di opinioni).È indubbio che nelle assemblee popolari è bene che l’agitatore, oltre a tener conto del punto di vista “politico” e “pedagogico”, si metta nei panni degli ascoltatori, spieghi più che non “attacchi”, ecc. Gli eccessi non sono mai buoni, ma se dovessimo scegliere preferiremmo la ristretta e intollerante determinatezza alla mite e cedevole indeterminatezza.[Vladimir Ilic Lenin, 1905] (no. 79 – 8.2000)
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Odio chi non parteggia, odio gli indifferenti
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Antonio Gramsci
Antonio Gramsci



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